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Le farine e gli amidi non sono uguali per tutti
Martedi 30 Settembre 2014
Vacche da Latte
Quando una farina “fine” è troppo fine,
e quando una farina “grossolana” è troppo grossolana?
E l’amido di uno stesso insilato di mais è immutabile nel corso dell’anno?

Accade talvolta che percorrendo una strada la nostra attenzione sia catturata più facilmente da poster pubblicitari di piccole dimensioni, mentre rischiano di passare inosservati manifesti di superficie ben più generosa. Allo stesso modo, quando ci troviamo di fronte ad un problema alimentare corriamo il pericolo di farci distrarre da particolari di importanza minore (come ad esempio il dosaggio di una vitamina o di un oligoelemento minerale), mentre dovremmo puntare ad identificare i veri “colli di bottiglia” che impediscono alla bovina di esprimere al massimo il proprio potenziale genetico.
Un tema di particolare interesse a questo riguardo è la granulometria dei cereali e dei mangimi composti.
Una macinazione troppo grossolana impedisce ai batteri ruminali di “attaccare” a fondo l’amido dei cereali, il che si traduce in prestazioni produttive inferiori e nel rinvenimento di pezzi di semi nelle feci.
Al contrario, una macinazione eccessivamente fine in presenza di un insufficiente apporto di fibra può determinare uno stato di acidosi ruminale subclinica, con tutte le conseguenze negative che conosciamo.
Qual è dunque il grado di macinazione più indicato per una bovina da latte? Per determinarlo con sufficiente precisione ed evitare le impressioni soggettive, è indispensabile impiegare una serie di setacci e calcolare la percentuale di un campione di mangime che rimane su ognuno di essi; solo la produzione di dati numerici ci consente infatti di procedere con la dovuta precisione e sicurezza su un argomento di tale rilevanza.
Proviamo dunque a considerare uno strumento composto da quattro setacci posti l’uno sopra l’altro, più un fondo. Se il setaccio superiore ha maglie quadrate da 4,5 mm di lato, esso tratterrà la granella di mais intera. Su un eventuale secondo setaccio da 2,2 mm si fermeranno invece le schegge di mais franto, mentre un terzo setaccio da 1,1 mm tratterrà la farina più grossolana.
Un quarto setaccio con maglie da 0,6 mm non permetterà il passaggio di una farina fine (che potremo definire “da suini”), mentre sul fondo troveremo una granulometria finissima, appena palpabile.
Diciamo subito che una farina idonea per vacche da latte non deve lasciare alcuna delle sue parti nel primo e nel secondo setaccio, pena la perdita di amido attraverso le feci.
Per gli altri tre strati si assiste in genere a distribuzioni variabili, ma si tenga comunque presente che più fine è la macinazione, migliore sarà l’utilizzo del concentrato da parte della microflora, naturalmente a condizione che nella razione sia presente la giusta porzione di fibra strutturata in grado di assicurare una buona attività ruminale; si può infatti affermare che la giusta granulometria della farina di cereali dipende sia dal livello di foraggi nella razione, sia dalla concentrazione di amidi e zuccheri.
Vi è inoltre da osservare che macinando la granella di cereali in modo fine si ottiene un prodotto la cui digeribilità dell’amido è pressoché paragonabile a quella di un fiocco; si consideri inoltre che la macinazione è un processo più economico della fioccatura e che il costo di quest’ultima il più delle volte non riesce a giustificare il vantaggio energetico che se ne ottiene.
Gli “strumenti di campo” di cui disponiamo per tarare al meglio la granulometria di cereali e mangimi composti possono essere così riassunti:
1) variazioni della produzione di latte. Se la macinazione è troppo grossolana, macinando più finemente dovremmo assistere ad un aumento di produzione.
2) variazioni della qualità del latte (percentuale di grasso, di proteine, contenuto di urea). La macinazione più fine potrebbe dare origine ad un lieve abbassamento della percentuale del grasso (a parità di apporto di fibra), mentre la maggiore disponibilità dell’amido all’attacco dei batteri ruminali dovrebbe favorire un aumento del contenuto proteico del latte. Nello stesso tempo anche l’azoto disponibile potrà essere meglio impiegato dalla microflora, dando luogo ad un abbassamento del tenore di urea del latte.
3) Qualità delle feci. A parità di contenuto di fibra della razione, una macinazione più fine farà diminuire il contenuto di amido nelle feci. Quest’ultimo valore può essere determinato con precisione attraverso un’analisi di laboratorio e dovrebbe situarsi al di sotto di 5% sulla sostanza secca.
4) Eventuali sintomi di acidosi ruminale.

Altri fattori che determinano la digeribilità dell’amido.
La digeribilità dell’amido nel tratto digerente di una bovina da latte dipende anche da altri fattori, quali il metodo di conservazione (granella secca, pastone di mais), lo stadio di maturità della pianta al momento dell’insilamento, la struttura del seme del cereale, ecc..

Cosa sono le prolamine?
Il seme di mais è strutturato in tre parti: il pericarpo (dal greco “attorno al frutto”, vale a dire rivestimento esterno), il germe e l’endosperma (“all’interno del seme”). Quest’ultimo rappresenta dal 75% all’80% della cariosside ed è composto principalmente da amido e da proteine; tra queste  le prolamine rivestono un’importanza primaria nell’alimentazione dei ruminanti.
La zeina (in specifico la prolamina del granoturco) rappresenta infatti da 30% a 60% delle proteine del mais e non è  localizzata all’interno dei granuli di amido, ma si trova sulla loro parte esterna. Questa proteina forma un reticolo che avvolge i granuli di amido e che risulta insolubile in ambiente ruminale.
L’amido del mais vitreo è più estesamente incapsulato da prolamine ed è meno degradabile nel rumine rispetto al mais farinoso e al mais sotto forma di pastone; nel caso di quest’ultimo (e degli insilati in genere) il minore contenuto di prolamina si deve al fatto che le proteine subiscono una degradazione nel corso del processo di fermentazione. Si può pertanto affermare che la digestione potenziale del pastone aumenta progressivamente nel tempo. Ne deriva una considerazione di carattere pratico: una razione calcolata in autunno e provvista di una certa quantità di amido e con una dotazione di fibra sufficiente a garantire una ruminazione adeguata potrebbe rivelarsi a rischio di acidosi ruminale in primavera o in estate; infatti col passare dei mesi il reticolo di prolamina viene man mano digerito ad opera delle fermentazioni che avvengono nella massa insilata, al punto che l’amido diventa sempre più disponibile per la microflora ruminale.
Per concludere…
Nella composizione di una razione per ruminanti non è sufficiente attribuire ai vari alimenti un contenuto di amido “standard”, ma si dovrà avere cura di:
-    verificare il tenore di amido attraverso analisi di laboratorio;
-    valutare la granulometria di mangimi e cereali tramite setacciatura;
-    interpretare la digeribilità dell’amido degli insilati valutando la stagione in cui essi vengono somministrati.
Quanto appena ricordato rientra nella positiva attitudine mentale di chi rifugge da impressioni soggettive e al contrario si sforza di pervenire sempre a dati numerici oggettivi e confrontabili; è proprio questo l’atteggiamento che distingue il professionista serio e l’allevatore evoluto.
 
Ufficio Ricerca e Sviluppo
Progeo SCA
Reggio Emilia




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